Il fascino della catastrofe: l’eruzione del Vesuvio dell’aprile 1906

Prontuario del pensiero positivista: La natura è intrinsecamente “razionale” e “conoscibile”; Ogni fenomeno è “misurabile” con una precisione che dipende solo ed esclusivamente dalla raffinatezza degli strumenti di misura, e dall’abilità di chi effettua l’operazione; La scienza è “cumulativa”, nel senso che ogni nuova scoperta “vera” si va a sommare alle precedenti scoperte; E’ possibile giungere a delle definizioni stabili e inconfutabili dei fenomeni e degli oggetti studiati; L’uomo è parte della natura e, il suo funzionamento, segue le sue leggi.

8 aprile Le prime ore del giorno vedono il collasso del cratere sommitale e le colate raggiungere Boscotrecase e la periferia di Torre Annunziata. E’ l’apice dell’attività esplosiva. Crollano tetti a Ottaviano per l’accumulo di cenere: vi sono numerosi morti.

9 aprile Le colate principali si arrestano, la sismicità diminuisce fino quasi a scomparire, l’atmosfera intorno al vulcano è pervasa da una fitta nube di cenere. La fase parossistica dell’eruzione è cessata.

10 aprile A causa del peso della cenere crolla la tettoia del mercato nel quartiere Monteoliveto a Napoli: 11 morti e 30 feriti. L’eruzione continua diminuendo di intensità nei giorni a seguire, fino a terminare il 21 aprile.

All’alba del 4 aprile 1906 la lava cominciò a sgorgare da una frattura che si era aperta alla base del Gran Cono, in corrispondenza delle bocche del 1751 e 1754. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il conetto che riempiva il cratere franava e i suoi pezzi erano scagliati in alto da forti esplosioni. Intanto, la frattura da cui uscivano le lave si propagava verso il basso, fino alla quota di 800 m s.l.m. Il 6 aprile una terza bocca, a quota 600 m s.l.m., emetteva una colata di lava che si fermò il giorno seguente a poche centinaia di metri da Boscotrecase, dopo aver distrutto vigneti e case di campagna. Nello stesso giorno nuove bocche si erano aperte verso Est e verso Nord. La sera del 7 aprile l’attività divenne ancora più forte, con fontane di lava e colate che raggiungessero rapidamente Boscotrecase, attraversando il paese e tagliando anche la ferrovia Circumvesuviana.

 

Nella notte tra il 7 e l’8 aprile due forti terremoti avvertivano che le viscere della terra, sconvolte dalla copiosa emissione di magma, stavano franando su se stesse. I franamenti sotterranei furono la probabile causa delle forti esplosioni che scagliarono all’esterno gas, brandelli di magma e una gran quantità di rocce. All’alba del’8 aprile, diritta sopra il cratere, si formò una colonna di cenere, alta circa 13 km, che durò fino a sera. Dal giorno seguente, pur continuando ad emettere cenere, il vulcano cominciava lentamente a calmarsi. Gran parte della sua cima era distrutta e ribassata di oltre 100 m. In alcuni punti il ribassamento era addirittura di 200 m, mentre il cratere era profondo 250 m, con un diametro di 500 m.

 


 

 

 

 


 

 

 

 

 

Matilde Serao, “Il Mattino” del 22 aprile 1906

 

“Il nostro spirito si deprime profondamente, e più ci rende tristi il silenzio immenso e l’abbandono di Resina e di Torre del Greco, le belle cittadine fra i giardini degli aranci e il mare. Squallore, come non mai, squallore come in città donde tutta la vita fosse sparita, donde ogni forma di vita qualsiasi si fosse dileguata; città di sogno, Portici, Resina, Torre del Greco, senz’anima più, città abbandonate, città morte, come se da anni e anni fossero abbandonate e morte. E non vi è nessuno che ci narri quale e quanto sia stato il panico che ha fatto fuggire di notte, all’alba, nella mattinata; ma noi lo conosciamo, ma noi lo immaginiamo, poiché vediamo, sì, coi nostri occhi mortali, vediamo l’abbandono e la morte. Ma vissero mai Portici, Resina e Torre del Greco? Vi furono persone, un tempo, in queste case e in queste vie? Colossale si leva il pino di cenere sulla montagna: e cenere, e nuvole, e vapori nulla ci fanno scorgere, se non le saette frequenti, di colori svariati, le cento saette che tagliano il grigio livido, il grigio opaco; e la vita è solo lì sul monte di orrore, e qui nulla è vivo più”.

 

L’eruzione dell’aprile 1906, considerata dai vulcanologi la più grande del secolo scorso, fu anche uno degli eventi più fotografati dell’epoca. Tanti furono i danni causati alle popolazioni limitrofe e tanti furono i decessi, ma al contempo i drammatici avvenimenti provocarono anche ciò che si potrebbe chiamare un vero e proprio “turismo della catastrofe”. Le case editrici di cartoline fecero a gara per accaparrarsi le immagini inedite dell’eruzione, che a volte rappresentavano anche drammi e lutti. Si usavano per un saluto o solo per vanto dai numerosissimi turisti accorsi sui luoghi devastati solo per poter dire a qualcuno o a se stessi di esserci stati. Tra serie di fotografie e illustrazioni varie si possono contare più di mille esemplari di cartoline, illustrate da un disegno o da una fotografia dove applicare un francobollo. Tra queste spiccano la casa editrice Ettore Ragozzini di Napoli che immortalò l’evento tramite una raccolta fotografica di innumerevoli scatti fatti da Crocco e Scarfoglio del Mattino di Napoli. Mise insieme più di 250 esemplari di vedute che rappresentavano l’evento in tutta la sua tragicità e spettacolarità.

La nuova ferrovia leggera, in parte a cremagliera, costruita nel 1903 contribuì a raddoppiare il numero dei turisti trasportati al cratere. Questo spinse la compagnia a demolire i vecchi impianti ed a costruire una nuova funicolare più funzionale, con motori elettrici al posto degli antiquati e dispendiosi motori a vapore e mettere in servizio nuove carrozze. Ma il fiorire della tecnologia agli inizi di secolo fu offuscato da una tremenda eruzione, quella del 1906. Il 4 aprile di quell’anno furono avvertite le prime scosse, cosicché il personale della Cook ed i loro familiari, furono evacuati ed inviati a Pugliano. Il 7 e l’8 aprile furono distrutte la stazione inferiore e superiore, le attrezzature, i macchinari, le due vetture della funicolare; il tutto fu sepolto sotto una coltre di cenere alta 20-30m. L’attività eruttiva finì il 21 aprile e provocò una perdita d’altezza del cono, la distruzione della funicolare e dell’annesso ristorante, danni alle Ferrovie Vesuviane, oltre che un grandissimo numero di perdite umane. Solo nel 1909 su progetto dell’ingegnere Enrico Treiber, i lavori per una nuova funicolare ebbero fine. Ancora una volta, nel 1911, un’eruzione distrusse quello che le persone avevano costruito; la stazione superiore rimase distrutta e ci volle quasi un anno per ricostruirla. Dal 1911 in poi, la funicolare funzionò a pieno regime, rimanendo fortunatamente illesa durante l’eruzione del 1929; Nel 1944 il Vesuvio si risvegliò per quella che sarà fino ad oggi l’ultima eruzione. La funicolare, già sotto il controllo degli alleati dal 1943 subì danni irreparabili, e non fu più ricostruita.


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Aprile 1912: “Nulla fu come prima”

“Uno dei mali della nostra epoca consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce.”
Bertrand Russell

 

 

 

Il 14 aprile affonda il transatlantico ritenuto inaffondabile

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 durante il suo viaggio inaugurale affondava il Titanic. Oltre 1500 uomini e donne perirono nella tragedia. Nel gelido mare del Nord, al largo delle coste britanniche, una collisione con un iceberg, faceva colare a picco il transatlantico, che rappresentava il trionfo della tecnologia e con essa le speranze e i sogni di un intero secolo. Il Titanic era stato progettato non solo per essere la più lussuosa, ma anche la più veloce e imponente nave passeggeri impegnata nelle rotte transatlantiche, costruita con centinaia di migliaia di tonnellate di acciaio e predisposta di saloni e cabine arredate con lo sfarzo e lo stile che caratterizzavano le corti ed i teatri di tutto il Vecchio Continente. Come l’Oriente Express, il Titanic simboleggiava il predominio incontrastato del metodo scientifico e della tecnologia. Incarnava, così, il simbolo del pensiero positivista ottocentesco inteso come incondizionata fede di una crescita costante e illimitata del sapere, progresso che avrebbe infine liberato l’uomo da ogni forma di limite e assoggettamento . Bastarono pochi metri cubi di ghiaccio per porre fine a tutto ciò. Il trauma provocato nelle coscienze europee da quella che era la più grande sciagura nella storia della navigazione marittima fu enorme. Ciò che rappresentava tutti i valori in cui si era fino a quel momento creduto senza dubbi o remore naufragava in balia delle forze della natura portandosi dietro le vite di centinaia di uomini. Quanto dietro l’incontrastata immagine dell’avanzare senza sosta, si celassero ciniche contraddizioni rivela già da sola l’insufficienza delle scialuppe di salvataggio, che se da un lato era frutto di un atteggiamento utilitarista tipico del pensiero positivista, dall’altro era riconducibile all’euforia e onnipotenza del momento, che riteneva la nave semplicemente inaffondabile. Carlisle, il progettista che disegnò il Titanic, disse: “A meno che il Board of Trade e i governi non costringano a installare un numero sufficiente di scialuppe, nessun costruttore può permettersi tanto peso inutile”. Il senatore William Alden Smith, prosecutor nell’inchiesta del 1912 scrisse: « Le scialuppe del Titanic erano solo parzialmente riempite; tutte erano prive di bussole; solamente tre dotate di lampade. L’equipaggio era talmente inetto che, in assenza di un pronto recupero, le avrebbe distrutte contro i frammenti di ghiaccio. Le scialuppe furono riempite con tanta indifferenza, e abbassate con tanta velocità, da sacrificare inutilmente 500 persone in nome della ordinata disciplina del caricamento, secondo ogni prova non contraddittoria. 1324 persone rimasero a bordo. C’erano 1176 posti disponibili nelle scialuppe, ma esse contenevano solo 704 persone. Eppure qualche bel soggetto ancora afferma che prevalse la migliore disciplina. Se questa è la disciplina, cosa sarebbe stato il disordine?” Il Titanic anticipò solo di un paio di anni quella prima tragica frattura che nella primavera del 1914 avrebbe definitivamente spazzato via l’ottimismo dell’Ottocento nelle trincee scavate tra i campi minati e i fili spinati della Grande Guerra. Infatti, a soli 24 mesi dal naufragio del transatlantico ritenuto inaffondabile, termina l’era d’oro di una percezione indiscriminatamente idilliaca e euforica del progresso tecnologico.

Porto di Napoli - Umberto I

Partenza del Tebe 12.07.1904.Passeggeri

Partenza del Tebe 12.07.1904. Riservato alla I.a classe

Porto di Napoli

 

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L’Homo Faber: Il mondo calcolabile della tecnica

Non credo nel destino. Io come tecnico sono abituato a calcolare con le formule della probabilità. … Non ho bisogno … della mistica, è sufficiente la matematica.” (Max Frisch, Homo Faber)

I. CANTO
Secondo Hannah Arendt all’inizio dell’epoca moderna le attività del fare e del fabbricare, peculiari dell’Homo faber, sono divenute centrali nella società. Lo sguardo sul mondo di questo moderno demiurgo, nella veste di nuovo rappresentante del genere umano, è mutato tanto da rendere superflua qualsiasi domanda sul “che cosa” e “perché” qualcosa sia, visto il solo interesse al “come” qualcosa possa essere. L’Homo faber, la perfetta incarnazione di una vita nella quale la produzione è fine a se stessa, si estranea allora dal volere sapere e dal desiderare di poter rispondere e conoscere il rimanente, pertanto tutto ciò che da lui non è prodotto. La vita si riduce ad una formula semplice ma efficace, caratterizzata dall’essere solo un processo, che ha per soggetto un essere umano, denominato produttore. Egli utilizza un materiale e il risultato del progetto è una cosa. Le cose sono sempre prodotte e tutte queste cose insieme danno quello che si definisce mondo. Il punto di vista da lui scelto per definire il suo essere nelle cose è in perfetta corrispondenza con il pensiero positivista, nel quale la ragione deve sempre prevalere su ogni forma irrazionale, fatta di emozioni e spiritualità e la tecnica dovrà imporsi alla natura. Oggetto della scienza sarà considerato solo ciò che è reale, concreto, sperimentale, spiegabile nonché bene solo l’utile, l’efficace, il produttivo. Il mondo fatto dalle cose costruite dall’uomo si oppone alla natura circostante. La città moderna, in continuo mutamento, con le sue fabbriche e industrie nascenti e prolificanti è la dimensione di vita più consona all’uomo moderno e alla sua vera essenza, proiettata verso il progresso e costantemente spinta in avanti. Lo spazio urbano genera un nuovo tempo, lineare e aperto, che si differenzia e si distacca da un mondo rurale, visto come arcaico, secolare, immobile. La su dimensione temporale ciclica nata dall’eterno avvicendarsi dei momenti della vita si spezza nella linea retta del progresso, proiettata verso un mondo fatto di sempre più oggetti, sempre più durevoli. E’ già insito in un modello così pensato e spinto al suo confine estremo, che si debba rovesciare nel suo opposto. Gli oggetti prodotti creano il desiderio di consumo di beni per loro natura sempre meno durevoli, perché già sorpassati prima ancora di essere concepiti. La moderna tecnologia se da un lato dilata il tempo di vita a disposizione dell’uomo, dall’altro canto lo riduce imprigionandolo in una folle corsa tra sempre nuove necessità ed un tempo sempre più insufficiente per tutto ciò, che è possibile e desiderabile fare.

Vetrerie Bruno al Granatello - Portici




Sorrento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II. Controcanto

Esplorazioni e viaggi

“La grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.” Martin Heidegger
“Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere.” William Shakespeare
“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.” Antoine de Saint-Exupéry

“L’oblio dell’essere” e la ricerca di mondi primitivi

Una seconda tendenza, in aperto contrasto con la prima, imprime al mondo la sua identità di moderno. All’apice del suo splendore e della sua certezza, quando ha espanso il suo predominio in ogni angolo del mondo, si scopre al suo interno fragile e senza poter rispondere alle domande, che con tanta facilità aveva classificato come superflue. L’Europa borghese fin de siècle inizia a consumare e assimilare nuovi usi, costumi e mentalità, in aperto contrasto con il proprio modello esportato. Il mito del primitivo svela il mai domato desiderio di ingenuità, spontaneità, libertà e purezza, che vede riflesso negli altri, credendosi incapace di produrlo esso stesso. Colonialismo e esotismo compongono le due facce di una stessa medaglia. La riscoperta delle culture africane e oceaniche avvenuta alla fine dell’Ottocento e le ondate di nuove mode e stili, dal giapponesismo all’orientalismo, esprimono all’apice la diffusa ricerca di immediatezza, schiettezza ed ingenuità. Il progresso tecnologico ed il mito del primitivo di intrecciano e si fondono in una molteplicità di sfumature, ora contraddicendosi, ora sovrapponendosi. L’inquietudine d’inizio secolo trova nel punto d’inizio, dal quale era partito con la convinta volontà di superarlo, una possibile via di fuga dal caos quotidiano. Il dramma esistenziale e l’incertezza che genera il mondo moderno trova un sommo interprete nella filosofia di Nietzsche. “ Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio. ” (Gaia Scienza). La domanda sull’ultimo significato della vita torna a proporsi alla soglia dell’avvento di un mondo di assolute certezze auspicate e prospettate come possibili, con la già nota consapevolezza, che la risposta rimarrà sconosciuta e inesausta. La civiltà moderna per la prima volta nella Storia aveva inteso il mondo nel suo insieme come una questione da risolvere e risolvibile. Il mondo era stato ridotto ad un semplice oggetto di esplorazione tecnica e matematica escludendo dall’orizzonte della sete di conoscenza e del desiderio di consapevolezza il mondo concreto della vita. Il progresso scientifico aveva spinto l’uomo nei tunnel delle discipline specializzate. Più aumentava il suo sapere, più egli perdeva di vista tanto l’insieme del mondo quanto se stesso, affondando così in quello che Heidegger chiama, con una formula bella e quasi magica, “l’oblio dell’essere”. Ora, che nella sua sorte progressiva aveva tolto qualsiasi credibilità al mito e alla religione, si scopre al suo estremo confine, assetata di essi. Ha così fine l’età tranquilla, della fede senza riserve in un progresso ininterrotto, per lasciare di nuovo spazio ad un tempo fondato sulla relatività e l’ambiguità delle umane cose. Pochi anni dopo il mostro si materializza dal di fuori e si chiama Storia, ingovernabile, alla quale nessuno può sfuggire.

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Processione con fuochi d'artificio - Napoli

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Stazione Centrale - Napoli

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Pozzuoli – Gita studentesca

ritratti

Tableaux vivants: Moda giapponese



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Villaggio Africano – Colmata Santa Lucia e prolungamento via Partenope

Villaggio Africano – Colmata Santa Lucia e prolungamento via Partenope – Napoli: durante i lavori per la costruzione del nuovo quartiere S. Lucia le aree edificabili sottratte al mare venivano utilizzate per manifestazioni pubbliche quali questo “Villaggio Africano”. Il quartiere è stato ultimato nel 1910 con l’inaugurazione del monumento a Umberto I.

Villaggio Africano - Colmata Santa Lucia e prolungamento via Partenope

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Esposizione Universale di Milano 1906 – Villaggio Eritreo

L’Esposizione Universale di Milano fu inaugurata dai Sovrani d’Italia il 28 Aprile 1906 e chiuse l11 Novembre , i 205 padiglioni erano suddivisi tra l’attuale Parco Sempione alle spalle del Castello Sforzesco e nell’Area dove verrà edificata la fiera di Milano nel 1923, le due zone erano collegate da una teleferica elettrica, l’area totale coperta dalla esposizione raggiungeva i 100 ettari, le nazioni partecipanti erano 40 e 35.000 gli espositori, l’Expo fu visitato da 10 milioni di persone.

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

Esposizione Universale di Milano 1906 - Villaggio Eritreo

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Parata militare alla presenza di Emanuele Filiberto Duca D’Aosta – La “Berlina Reale” – Napoli 1906 ca

Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Genova Giuseppe Maria di Savoia, duca d’Aosta e principe del sangue, detto il Duca Invitto Genova, 13 gennaio 1869 – Torino, 4 luglio 1931
Generale italiano e comandante della 3ª Armata del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale.

Amedeo di Savoia-Aosta ((Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942))
Detto il Duca di Ferro e l’eroe dell’Amba Alagi. Generale italiano fu viceré dell’Africa Orientale Italiana dal 1937 al 1941. Morì a Nairobi prigionieri di guerra degli inglesi.

Aimone di Savoia-Aosta (Torino, 9 marzo 1900 – Buenos Aires, 29 gennaio 1948)
Fratello minore di Amedeo di Savoia-Aosta, terzo duca d’Aosta. Il 18 maggio 1941 con il nome di Tomislavo II e fu designato re dello Stato Indipendente di Croazia. Aimone fu sovrano solo titolarmente e non mise mai piede in Croazia, abdicando al titolo il 12 ottobre 1943.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Il Re Vittorio Emanuele III a Napoli

Arrivo del Re a Napoli aprile 1904

Partenza del Re da Napoli - 6 maggio 1906

Partenza del Re da Napoli - 6 maggio 1906

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