L’Homo Faber: Il mondo calcolabile della tecnica

Non credo nel destino. Io come tecnico sono abituato a calcolare con le formule della probabilità. … Non ho bisogno … della mistica, è sufficiente la matematica.” (Max Frisch, Homo Faber)

I. CANTO
Secondo Hannah Arendt all’inizio dell’epoca moderna le attività del fare e del fabbricare, peculiari dell’Homo faber, sono divenute centrali nella società. Lo sguardo sul mondo di questo moderno demiurgo, nella veste di nuovo rappresentante del genere umano, è mutato tanto da rendere superflua qualsiasi domanda sul “che cosa” e “perché” qualcosa sia, visto il solo interesse al “come” qualcosa possa essere. L’Homo faber, la perfetta incarnazione di una vita nella quale la produzione è fine a se stessa, si estranea allora dal volere sapere e dal desiderare di poter rispondere e conoscere il rimanente, pertanto tutto ciò che da lui non è prodotto. La vita si riduce ad una formula semplice ma efficace, caratterizzata dall’essere solo un processo, che ha per soggetto un essere umano, denominato produttore. Egli utilizza un materiale e il risultato del progetto è una cosa. Le cose sono sempre prodotte e tutte queste cose insieme danno quello che si definisce mondo. Il punto di vista da lui scelto per definire il suo essere nelle cose è in perfetta corrispondenza con il pensiero positivista, nel quale la ragione deve sempre prevalere su ogni forma irrazionale, fatta di emozioni e spiritualità e la tecnica dovrà imporsi alla natura. Oggetto della scienza sarà considerato solo ciò che è reale, concreto, sperimentale, spiegabile nonché bene solo l’utile, l’efficace, il produttivo. Il mondo fatto dalle cose costruite dall’uomo si oppone alla natura circostante. La città moderna, in continuo mutamento, con le sue fabbriche e industrie nascenti e prolificanti è la dimensione di vita più consona all’uomo moderno e alla sua vera essenza, proiettata verso il progresso e costantemente spinta in avanti. Lo spazio urbano genera un nuovo tempo, lineare e aperto, che si differenzia e si distacca da un mondo rurale, visto come arcaico, secolare, immobile. La su dimensione temporale ciclica nata dall’eterno avvicendarsi dei momenti della vita si spezza nella linea retta del progresso, proiettata verso un mondo fatto di sempre più oggetti, sempre più durevoli. E’ già insito in un modello così pensato e spinto al suo confine estremo, che si debba rovesciare nel suo opposto. Gli oggetti prodotti creano il desiderio di consumo di beni per loro natura sempre meno durevoli, perché già sorpassati prima ancora di essere concepiti. La moderna tecnologia se da un lato dilata il tempo di vita a disposizione dell’uomo, dall’altro canto lo riduce imprigionandolo in una folle corsa tra sempre nuove necessità ed un tempo sempre più insufficiente per tutto ciò, che è possibile e desiderabile fare.

Vetrerie Bruno al Granatello - Portici




Sorrento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II. Controcanto

Esplorazioni e viaggi

“La grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.” Martin Heidegger
“Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere.” William Shakespeare
“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.” Antoine de Saint-Exupéry

“L’oblio dell’essere” e la ricerca di mondi primitivi

Una seconda tendenza, in aperto contrasto con la prima, imprime al mondo la sua identità di moderno. All’apice del suo splendore e della sua certezza, quando ha espanso il suo predominio in ogni angolo del mondo, si scopre al suo interno fragile e senza poter rispondere alle domande, che con tanta facilità aveva classificato come superflue. L’Europa borghese fin de siècle inizia a consumare e assimilare nuovi usi, costumi e mentalità, in aperto contrasto con il proprio modello esportato. Il mito del primitivo svela il mai domato desiderio di ingenuità, spontaneità, libertà e purezza, che vede riflesso negli altri, credendosi incapace di produrlo esso stesso. Colonialismo e esotismo compongono le due facce di una stessa medaglia. La riscoperta delle culture africane e oceaniche avvenuta alla fine dell’Ottocento e le ondate di nuove mode e stili, dal giapponesismo all’orientalismo, esprimono all’apice la diffusa ricerca di immediatezza, schiettezza ed ingenuità. Il progresso tecnologico ed il mito del primitivo di intrecciano e si fondono in una molteplicità di sfumature, ora contraddicendosi, ora sovrapponendosi. L’inquietudine d’inizio secolo trova nel punto d’inizio, dal quale era partito con la convinta volontà di superarlo, una possibile via di fuga dal caos quotidiano. Il dramma esistenziale e l’incertezza che genera il mondo moderno trova un sommo interprete nella filosofia di Nietzsche. “ Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio. ” (Gaia Scienza). La domanda sull’ultimo significato della vita torna a proporsi alla soglia dell’avvento di un mondo di assolute certezze auspicate e prospettate come possibili, con la già nota consapevolezza, che la risposta rimarrà sconosciuta e inesausta. La civiltà moderna per la prima volta nella Storia aveva inteso il mondo nel suo insieme come una questione da risolvere e risolvibile. Il mondo era stato ridotto ad un semplice oggetto di esplorazione tecnica e matematica escludendo dall’orizzonte della sete di conoscenza e del desiderio di consapevolezza il mondo concreto della vita. Il progresso scientifico aveva spinto l’uomo nei tunnel delle discipline specializzate. Più aumentava il suo sapere, più egli perdeva di vista tanto l’insieme del mondo quanto se stesso, affondando così in quello che Heidegger chiama, con una formula bella e quasi magica, “l’oblio dell’essere”. Ora, che nella sua sorte progressiva aveva tolto qualsiasi credibilità al mito e alla religione, si scopre al suo estremo confine, assetata di essi. Ha così fine l’età tranquilla, della fede senza riserve in un progresso ininterrotto, per lasciare di nuovo spazio ad un tempo fondato sulla relatività e l’ambiguità delle umane cose. Pochi anni dopo il mostro si materializza dal di fuori e si chiama Storia, ingovernabile, alla quale nessuno può sfuggire.

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